Tai Chi Shan

TAI CHI SHAN - LA MONTAGNA DELL'EQUILIBRIO

Ringrazio Tai Chi online per l'opportunità che mi offre di presentare un progetto a cui lavoro da diversi anni: il tentativo di travasare nell'arte della scalata (intesa nel senso più generale possibile, comprendendo anche la "banale" salita di un sentiero), gli utili apprendimenti, anche filosofici, che ho ricavato dalla pratica Tai Chi e del Chi Kung. Ecco molto brevemente i fatti. Guida alpina e Maestro d'Alpinismo, scrittore e fotografo, la mia vita era, e in parte ancora è, legata principalmente al mondo della montagna; arrampicatore di livello su ogni terreno fino a fine anni 80, continuavo ostinatamente a negare il passare del tempo e i nefasti effetti di un serio incidente alla retina occorsomi nel 1997. Se le prime falle nel mio fisico si produssero me incolpevole, quelle successive furono in gran parte dovute alla mia ottusa incapacità di accettare un declino affrettato: la mente voleva imporre ad un corpo arrugginito, le prestazioni di quando era in forma e i disastri si susseguirono. Dopo aver cozzato per diverse volte la testa contro il muro, cominciai a capire che per tornare a condizioni decenti, piuttosto che ad un incremento muscolare, dovevo puntare ad una migliore gestione dell'equilibrio e una più sviluppata percezione del corpo nello spazio.
Per molti motivi, giunsi a stabilire che la cosa migliore fosse quella di frequentare un corso di Tai Chi. L'impatto iniziale fu un po' comico: immaginate con che atteggiamento di superiorità uno scalatore, abituato al rischio e alla vertigine, potesse giudicare degli esercizi quasi statici e quella sorta di "balletto" che si dipana nell'esecuzione delle forme. Alla terza lezione, constatata la mia impotenza di fronte a quella "roba per pensionati", decisi di smettere, frustrato e ferito nell'orgoglio. Qualcosa però mi impedì di farlo, ma per proseguire dovetti rivedere molte mie convinzioni e soprattutto metabolizzare un concetto che a noi occidentali non piace tanto: la Pazienza.
Capii di non aver sbagliato quando mi apparvero sempre più chiare le impressionanti analogie fra il salire le montagne e ciò che con fatica stavo apprendendo. Emozionato, ritrovavo qui, come nei nostri allenamenti d'arrampicata, la ripetitività e la lentezza del gesto, il prolungato mantenimento di una posizione, il movimento meditato. Ben presto scoprii anche che parte del piacere che mi dava scalata lo ritrovavo eseguendo una forma o altri esercizi: avevo trovato dunque un validissimo "metadone" contro eventuali crisi di astinenza da roccia! Mi piaceva anche il fatto che entrambe le discipline si sviluppano partendo da pochissimi concetti di base. Movimento di un arto per volta, trazione degli appigli il più possibile perpendicolare alla loro disposizione, corpo staccato dalla roccia in fase di progressione, mani che non dovrebbero essere portate sotto l'altezza delle spalle, minimo uso della forza fisica, massimo scarico del peso corporeo sui piedi, respirazione naturale e addominale per l'arrampicata; distanza fra i piedi corrispondente alla larghezza delle spalle, arti leggermente flessi e privi di angolature acute, allineamento delle articolazioni, fluidità e rotondità del gesto, respirazione naturale e addominale, ricerca del baricentro e suo costante mantenimento, radicamento per il Tai Chi. Se a tutto ciò, aggiungete la possibilità di esercitarsi senza una vera divisa, senza calzature speciali, senza cinture che distinguono il "grado" raggiunto, senza luoghi elettivi, avete trovato una disciplina che non può non piacere a uno scalatore, specie se anarchico come me.
Dopo un anno di pratica potevo dire che la mia scalata ne era stata favorevolmente influenzata: un migliorato equilibrio, una migliore gestione delle energie, una nuova capacità di trovare punti di riposo anche dove prima neppure ci avrei pensato, un gesto più "fantasioso", una maggiore consapevolezza e capacità di concentrare l'energia nel punto dove era più richiesta. Quest'ultimo aspetto, a cui si aggiungeva una percepibile migliore fluidità, fu per me una vera scoperta. Stavo ottenendo il risultato sperato, ma, stupito e compiaciuto, realizzavo anche che il Tai Chi mi era "entrato dentro" in maniera sottile, con dolcezza, ma implacabilmente, andandosi quasi a sostituire alla mia principale passione.
Sono passati molti anni e una giornata di sereno passata lontano dalla roccia non è più vissuta come una colpa: camminare, scalare, praticare il Tai Chi sono diventate azioni cui attribuisco la medesima importanza. Inoltre, l'applicazione dei metodi di allenamento fisici e mentali derivati dall'arte marziale mi ha permesso il grande lusso di essere sempre pronto alla montagna pur senza frequentarla assiduamente. Oggi so di poter raggiungere senza troppa fatica gradi abbastanza elevati di difficoltà pur restando a lungo lontano dalle rocce (l'unico aspetto negativo è l'indolenzimento ai polpastrelli, privi della callosità tipica di chi pratica spesso) e so di poter affrontare notevoli dislivelli su sentieri anche molto difficili e impervi senza troppi strascichi fisici. Alla luce di questa esperienza, ho cominciato a pensare che ciò che aveva funzionato per me poteva forse essere proposto anche ad altri scalatori. Non senza molte ore di studio, dubbi, battute d'arresto, entusiastici slanci in avanti, lunghi periodi di sperimentazione, ho quindi avviato la stesura di una sorta di manuale tecnico filosofico che lega in cordata Tai Chi e scalata; dovevo però trovare anche un titolo che lo identificasse e in cui si indentificasse. Visto che principi e insegnamenti possono essere utili anche a chi arrampicatore non è, dall'iniziale Tai Chi Pandeng, "Arrampicata della Suprema Polarità", sono passato a Tai Chi Shan, che traduco in "Montagna dell'Equilibrio", termine ben s'addice ad un'attività che ci vede spesso sospesi sull'abisso. Proprio mentre elaboravo l'estensione di prospettiva che ha portato al cambiamento del titolo, la mia attenzione si è casualmente rivolta verso l'elemento fisico a cui si rivolge questo Tai Chi: la Montagna. Ebbene, penso che sia difficile trovare sulla Terra un luogo che esprima meglio il concetto di Yin e Yang e della loro mutevolezza. Sulla montagna un versante è esposto alla calda luce solare e il suo opposto è nella fredda ombra, ma col passare delle ore la condizione si sovverte e solo la cresta, spesso sinuosa, che li divide resta immutabile. Avere come teatro d'azione la stessa espressione simbolica che ritroviamo nel gesto e nella filosofia che lo ispira, non può che essere d'aiuto, sempre che ogni tanto si riesca a pensarci.
Per svariate ragioni il Tai Chi Shan può essere più utile allo scalatore, diciamo così, "maturo"; ma credo che possa essere apprezzato anche da chi è più giovane e naturalmente portato verso gli aspetti più dinamici e sportivi dell'andare in montagna. Non pretendo di suggerire l'abbandono degli allenamenti specifici senza i quali sarebbe difficile raggiungere i massimi livelli, specie sotto il profilo atletico; voglio proporre una possibile nuova visione che può benissimo integrarsi con quella agonistica, più o meno palese, che oggi va molto di moda, ma che sminuisce, a mio parere, aspetti più importanti e meno legati alla "numerologia". Si tratta di un insieme di indicazioni e di esercizi volti a migliorare non solo il modo di salire (e scendere) le montagne, ma anche il nostro rapporto interiore e con l'ambiente. Non è vangelo e sono sicuro che vi siano molti modi per ottenere ottimi risultati seguendo altre vie. Anche la contadina o il pastore che hanno imparato a misurare il passo, a dargli ritmo ed equilibrio, a distribuire bene i pesi che portano, a dosare le energie, a prendersi le giuste pause, magari riuscendo anche ad apprezzare la natura circostante, stanno praticando inconsciamente del Tai Chi Shan. Costoro non hanno avuto bisogno di manuali, hanno solo seguito gli insegnamenti antichi di chi è venuto prima e hanno imparato, ascoltando e ascoltandosi, come convivere il meglio possibile con la fatica e con un ambiente non sempre amichevole. Questa considerazione fatta in umiltà riporta al concetto base su cui dovremmo imperniare tutto ciò che facciamo e quindi anche il nostro andar per monti: la consapevolezza.
Il lavoro è in fase avanzata di stesura e, a parte revisioni e ripensamenti, si divide in tre argomenti principali: Genesi e filosofia dell'opera (compreso un breve capitolo sul taoismo e la montagna), Camminata (con esercizi specifici), Arrampicata (con esercizi specifici). Non so quando lo porterò a termine soprattutto perché la parte dedicata all'arrampicata è piuttosto complessa e tutto dipende anche dai momenti ispirati che, si sa, arrivano quando meno te lo aspetti. Prevedo comunque di chiudere entro il 2016 o al massimo la prima metà del 2017.
Rubo ancora un attimo la pazienza del lettore con un simpatico aneddoto. Molti anni fa, mentre con i miei allievi ero in vetta al ciclopico Sasso Remenno, fui testimone di un episodio che mi fece riflettere. Guardando giù vidi salire lungo le non facili placche della Via Fiorelli un signore di mezza età, solitario e slegato. Non calzava le nostre morbide e leggere scarpette, ma un paio di pedule, rigide e poco sensibili. Procedeva lento ma implacabile: lo stile di "chi sa". Aveva un discreto girovita, eppure si muoveva leggero come una piuma; sul volto un soave sorriso lo accompagnò per tutta la salita fino a che, guadagnata la sommità, sfiorandomi, quasi irridente salutò e scomparve. Ancora oggi penso ogni tanto a quel misterioso scalatore di mezza età e al suo esempio. Credo che in fin dei conti questa mia ricerca debba essere dedicata a lui.

Autore: Giuseppe 'Popi' Miotti
Contatto: pomiotti@gmail.com