di Maurizio Gandini ~ Download video corsi ~ lairone-crdt.it

 

Il Chán Sī Jìng, ovvero l’esercizio del bozzolo di seta, è il fondamento del Tàijíquán della scuola Chén, lo scopo di questo esercizio è quello di sviluppare ed esprimere il vigore della forza interna attraverso il movimento a spirale, in cinese definito Jìng.

Tra le varie descrizioni del movimento interno, che si produce con la trasmissione biomeccanica attraverso la struttura ossea, vi è quella che recita: “il movimento si origina dai pedi, viene governato dal bacino, e si esprime esternamente nelle mani”.

Si vuole quindi portare l’attenzione sulle mani, la forma che assumono durante l’esercizio e il loro movimento.

Mentre negli stili di Tàijíquán, che si sono sviluppati in tempi successivi alla scuola Chén, le mani vengono tenute aperte e rilassate, assumendo di fatto solo tre forme, mano aperta, mano a becco e mano a pugno, nella scuola Chen esse mutano continuamente nella loro forma, a seconda della posizione in cui si trovano durante la tracciatura del Tài Jí Tú nello spazio.

In primo luogo la forma della mano non è completamente aperta, ma assume la forma di un calice come se contenesse nel palmo un gomito e al quale aderiscono con naturalezza le dita, questo anche perché nella scuola Chén viene data particolare enfasi alle prese e alle leve, non tanto per una ragione di tecnica marziale, quanto per sviluppare i principi di sentire, aderire, seguire.

È fondamentale, nella pratica del Tàijíquán, mantenere un corretto allineamento articolare e se questo vale per armonizzare ed ottimizzare il movimento del proprio corpo per esprimere al meglio il Jìng, a maggior ragione è necessario nel momento in cui si entra in contatto con un’altra persona.

Se si vuole utilizzare il potenziale della forza del movimento a spirale, anziché quella muscolare, evitando quindi entrare in contrasto con la forza dell’altro, ma interagire con essa deviandola dove non può nuocere, è indispensabile connettersi il più possibile alla forma di quest’ultimo.

La mano è quindi uno strumento fondamentale, essa deve essere in grado di aderire perfettamente, con la maggior superficie di contatto possibile, a qualsiasi parte del corpo entra in relazione.

La superficie del corpo umano è assai complessa nella sua forma e rispecchia esternamente quella che è la forma interna dello stesso, quindi poggiando la mano e aderendo alla superficie di contattato il più possibile, possiamo entrare in relazione con la struttura interna dell’altro.

Il Tài Jí Tú è forse la sintesi grafica più geniale della matrice che regola la forma di ogni cosa, osservando con attenzione qualsiasi forma possiamo notare come non esistono realmente linee rette e angoli acuti, ma solo curve di raggio diverso che possono essere infinitamente piccoli piuttosto che grandi, dando appunto l’apparenza di formare un angolo acuto.

 

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La mano tracciando il Tài Jí Tú nello spazio ha quindi la possibilità di aderire a forme di raggio variabile, passando continuamente dall’accarezzare forme convesse alternate a forme concave, al pari di un’elica che lascia una traccia della propria forma amplificata nell’acqua, lo stesso avviene con la mano, che manifesta esternamente, amplificandolo, il movimento che proviene da tutta la struttura interna in movimento.

Bisogna tra le altre cose rilevare che all’apice di ciascun dito abbiamo lo scambio del sangue venoso con quello arterioso dei principali vasi, così come abbiamo il passaggio dell’energia da un meridiano all’altro, secondo la medicina tradizionale cinese e di fatto, oltre ad una miglior circolazione dei fluidi del corpo, si promuove anche una miglior circolazione energetica.

La mano deve essere quindi estremamente rilassata e morbida, in modo che possa ben aderire alle curve piccole e grandi disegnate nell’aria, e mossa con estrema leggerezza, immaginando le dita come dei fili di seta che si adattano alla consistenza dell’aria che attraversano come se questa avesse la consistenza dell’acqua, un’operazione questa che richiede una particolare attitudine mentale che in cinese viene definita Yì, tradotto comunemente con “intenzione”, che però personalmente preferisco definire “mente creativa”, quella facoltà che abbiamo di trasformare l’insostanziale in sostanziale.

 

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